Ci sono persone che parlano al proprio gatto per affetto.
E poi ci sono persone che ci parlano perché, a un certo punto, ti sembra l’unico modo civile per convivere con un animale che ti guarda come se fossi tu l’ospite.
Gli racconti la giornata, lo saluti quando esci, gli spieghi con grande calma che il tavolo non è una palestra… e lui annuisce con gli occhi. Poi sale lo stesso.
Quindi la domanda è legittima: quanto capisce davvero un gatto di quello che diciamo?
La risposta è: più di quanto pensi, ma non come credi. Perché lui non ascolta le parole come un umano: ascolta tono, ritmo, abitudini e conseguenze.
In questo articolo ti spiego cosa capisce davvero un gatto quando gli parli, quante “parole” può riconoscere e come comunicare meglio con lui senza trasformarti in un doppiatore Disney.
In breve: cosa capisce davvero un gatto quando gli parli
Quando parli al tuo gatto, lui capisce soprattutto:
-
il tono (dolce, secco, irritato, entusiasta)
-
l’intenzione (“ti sto chiamando” / “ti sto rimproverando” / “ti sto coccolando”)
-
l’abitudine (se quella frase è sempre legata a qualcosa che succede)
-
il contesto (pappa, gioco, porta che si apre: sì, anche quello)
-
il tuo stato emotivo (sei teso? sei sereno? lui lo sente)
Quindi sì: non capisce “le parole” come un umano.
Ma capisce te. E spesso pure troppo.
Perché con i gatti conta più il tono delle parole (e funziona anche quando dici assurdità)
Hai presente quando dici al tuo gatto qualcosa tipo:
“Amore mio, sei un criminale peloso, ma io ti adoro.”
E lui si avvicina felice, fa le fusa, ti guarda con aria soddisfatta?
Ecco: per lui non esiste il concetto di “criminale”.
Esiste il concetto di:
-
voce morbida
-
intonazione gentile
-
corpo rilassato
-
contatto positivo
Il gatto non sta capendo la frase. Sta capendo la musica della frase.
Ed è lo stesso motivo per cui, se tu dici “bravo” con voce dura e nervosa, lui non lo vive come un complimento: lo vive come un rimprovero.
Al contrario, se dici una cosa senza senso con tono affettuoso, per lui è perfetto.
Il segreto è l’associazione: i gatti imparano così (non per “obbedienza”)
Qui c’è una differenza enorme tra cani e gatti.
Il cane tende a collaborare.
Il gatto tende a imparare solo ciò che gli conviene.
E il modo in cui impara è semplicissimo: associazione.
Se ogni volta che dici:
-
“pappa” → appare la ciotola
-
“vieni” → arrivano coccole o gioco
-
“nanna” → tu ti sistemi sul divano e lui capisce che è il momento tranquillo
…lui collega quel suono a quel risultato.
Non perché voglia parlarti.
Ma perché il suo cervello lavora per pattern: se succede X, allora arriva Y.
Ed è proprio per questo che certe parole sembrano “magiche”: non lo sono. Sono solo ripetute in modo coerente.
“No” e “Basta”: perché spesso non funzionano (e come farli funzionare davvero)
Il problema non è che il gatto non capisce il “no”.
Il problema è che noi umani lo usiamo malissimo.
Un giorno dici “NO!” come un sergente.
Il giorno dopo lo dici ridendo.
Il giorno dopo ancora lo dici mentre lo prendi in braccio e lo coccoli.
Risultato: per il gatto quel suono non significa nulla di stabile.
Se vuoi usare un comando di stop, deve avere:
-
tono sempre uguale
-
brevità
-
conseguenza coerente (sposti il gatto, interrompi l’azione, fine)
E soprattutto: non deve essere un discorso.
Il gatto non si convince con le spiegazioni. Si orienta con i segnali.
Quante parole può riconoscere un gatto? Poche, ma precise
Non esiste un numero “ufficiale” valido per tutti, però molti gatti riescono a riconoscere un piccolo vocabolario domestico: parole o suoni ricorrenti.
Di solito cose tipo:
-
il suo nome
-
pappa
-
vieni
-
no
-
bravo/brava (se usato bene)
-
suoni legati ai rituali (scatoletta, croccantini, frigo, cassetto…)
Non diventa un dizionario, ma diventa una mappa della vita quotidiana.
E più tu parli con lui in modo coerente, più lui affina le associazioni.
La parte che sottovalutiamo: il gatto capisce anche i gesti (e spesso prima della voce)
A volte tu pensi che abbia capito perché hai parlato.
In realtà ha capito perché hai fatto un gesto.
Il gatto guarda:
-
come ti muovi
-
cosa stai prendendo
-
dove stai andando
-
che faccia hai
-
quanto sei “calmo” o “agitato”
E poi decide come comportarsi.
Esempio classico: la pappa.
Tu puoi anche non dire nulla. Basta:
-
aprire il cassetto giusto
-
prendere la ciotola
-
fare quel mezzo rumore di plastica
E lui arriva. Da un’altra stanza. Anche da un’altra dimensione, se serve.
Slow blink: quando “ti sta parlando” senza parole
C’è un gesto che vale più di mille frasi: il battito lento degli occhi, quello che sembra un mezzo sonnellino.
Quando un gatto ti guarda e fa quel “blink lento”, sta dicendo:
mi fido di te.
E se tu lo fai a lui, spesso risponde.
Non è magia. È un segnale sociale felino: un modo per comunicare calma e assenza di minaccia.
È una conversazione silenziosa, ma molto più autentica di tanti “amoreeeee” urlati dal corridoio.
Parlare al gatto serve davvero? Sì, ma non per insegnargli l’italiano
Parlare al tuo gatto non serve perché lui capirà la frase come un umano.
Serve perché:
-
la tua voce diventa un riferimento
-
crea routine emotive
-
abbassa lo stress
-
rafforza il legame
La tua voce, per lui, è una cosa che significa:
casa, sicurezza, prevedibilità.
E infatti spesso, quando è spaventato o incerto, lo vedi che reagisce più al tono tranquillo della tua voce che a qualsiasi altra cosa.
In pratica: non è comunicazione linguistica. È comunicazione emotiva.
E funziona.
Domande frequenti
Il gatto capisce le parole che dico?
In parte sì, ma soprattutto riconosce suoni e parole associate a situazioni ripetute (nome, pappa, vieni, no). Non capisce la frase come un umano: capisce il tono, il contesto e cosa succede di solito dopo che hai detto quella cosa.
Perché il gatto mi guarda quando parlo?
Perché sta leggendo segnali. Non sta “ascoltando il contenuto”, sta osservando tono, intenzione e linguaggio del corpo. È il suo modo di capire se stai per fare qualcosa di interessante, se sei calmo o se c’è tensione nell’aria.
Il gatto riconosce il suo nome?
Molto spesso sì. Ma non è detto che risponda sempre: riconoscere non significa obbedire. Semplicemente associa quel suono a sé stesso, soprattutto se lo usi spesso e in modo coerente, senza urlarlo solo nei momenti negativi.
Perché reagisce meglio quando gli parlo con voce dolce?
Perché i gatti sono sensibili alle variazioni emotive della voce. Un tono dolce e rilassato viene percepito come “sicuro”. Un tono duro o nervoso invece può essere interpretato come minaccia o fastidio, anche se le parole sono gentili.
Quante parole può capire un gatto?
Dipende dal singolo gatto e da quanto viene coinvolto nei rituali quotidiani, ma molti riescono a riconoscere un piccolo vocabolario domestico di suoni e parole ricorrenti. Più che un numero preciso, conta la coerenza con cui le parole vengono associate a situazioni e azioni.
Perché a volte sembra che mi capisca “perfettamente”?
Perché spesso non sta capendo le parole: sta capendo la situazione prima che tu la dica. I gatti osservano gesti, routine e micro segnali. Se ogni volta che fai un certo movimento succede la pappa, lui arriva prima ancora che tu apra bocca.
Il gatto capisce quando sono triste o nervoso?
Molto spesso sì. Non perché analizzi la tua psicologia, ma perché sente la tua energia: tono della voce, ritmo dei movimenti, tensione del corpo. Alcuni gatti diventano più appiccicosi, altri si allontanano: sono entrambe reazioni normali.
Parlare al gatto serve davvero o è solo una cosa nostra?
Serve davvero. Non per insegnargli la lingua, ma perché crea fiducia, rituali e sicurezza. Il gatto può associare la tua voce a situazioni positive e calmanti. In pratica: parlare con lui è un modo semplice per costruire relazione, anche se lui non “conversa” come un umano.
Il consiglio di Genny
Parlare con un gatto è come parlare con qualcuno che ti ascolta davvero… ma senza perdere tempo con le parole.
Non serve dire molto. Serve usare il tono giusto.
E sì: lui capisce.
Magari non la frase.
Ma capisce perfettamente quando stai mentendo a te stesso dicendo “no no, non ho bisogno di un altro gatto”.




















