Ci sono decisioni che prendi con un sorriso soddisfatto, convinta di stare facendo un upgrade.
Di quelle che nella tua testa suonano così: “Finalmente risolviamo questa cosa una volta per tutte”.
Ecco. Cambiare la gattaiola rientrava perfettamente in questa categoria.
Avevamo già una gattaiola elettronica. Funzionava. I gatti la usavano senza problemi, entravano, uscivano, nessuno faceva scenate, nessuno si fermava a riflettere sul senso della vita davanti allo sportellino. Era diventata parte dell’arredamento mentale della casa. Invisibile. Normale. Affidabile.
Poi è arrivata Pepita.
E con Pepita è arrivata una nuova realtà: non tutti possono fare tutto.
Pepe, Frodo, Jack e Jodie devono essere liberi di entrare e uscire.
Pepita, invece, deve restare dentro. Non per cattiveria, ma perché il mondo esterno, al momento, non è negoziabile.
E così mi sono detta: serve una gattaiola più intelligente.
Una che capisca chi sei.
Una che distingua i diritti.
Una che non lasci tutto al caso.
Detto fatto: SureFlap DualScan.
Nome rassicurante, promessa di controllo totale. Spoiler: il controllo totale non esiste.
L’inganno della tecnologia (ovvero: l’umano che si sente più furbo del sistema)
Nella mia testa, la parte difficile sarebbe stata convincere i gatti.
Errore.
La parte difficile è stata convincere l’hub a collegarsi a Internet.
Scopro che l’hub non funziona in Wi-Fi.
No.
Funziona solo via cavo.
Solo.
Via.
Cavo.
Inizio a guardare casa mia con occhi diversi: prese che prima non avevo mai notato, cavi che non arrivano mai dove servono, router piazzati sempre nel punto meno comodo possibile.
Passo dal “ma dai, che ci vuole” al “ok, forse questa cosa non era così urgente”.
Dopo un po’ di lotta silenziosa (quella in cui non parli ma giudichi profondamente chi ha progettato l’oggetto), l’hub finalmente si collega.
L’app smette di guardarmi con aria di rimprovero.
Siamo pronti.
Così penso.
Montaggio completato. E improvvisamente… il vuoto.
Gattaiola nuova montata nel muro.
Perfetta.
Pulita.
Tecnologicamente superiore.
Io soddisfatta.
I gatti… no.
Nessuno entra.
Nessuno esce.
Nessuno la attraversa.
I gatti, che fino al giorno prima passavano dalla vecchia gattaiola come pendolari svogliati, ora si fermano davanti al tunnel come se conducesse direttamente in un film horror.
Pepe fa il primo tentativo: si avvicina, annusa, infila il muso, fa mezzo passo… poi torna indietro come se avesse appena visto qualcosa che non vuole raccontare.
Frodo osserva a lungo, con quell’aria concentrata che usa quando valuta se vale la pena affrontare una novità o ignorarla per sempre.
Jodie guarda tutti con la classica espressione da “io ve l’avevo detto che non andava toccato niente”.
Jack… Jack semplicemente decide che quel pezzo di muro non esiste.
Pepita, nel frattempo, guarda la scena con serenità. Tanto lei non deve usarla. Problema vostro.
Quando capisci che il problema non è la porta, ma il rumore
A un certo punto realizzo una cosa fondamentale: i gatti non hanno un problema con il concetto di gattaiola.
Hanno un problema con le cose che fanno rumore mentre loro ci passano.
La nuova gattaiola scatta. Si muove. Decide.
E i gatti odiano profondamente tutto ciò che prende decisioni al posto loro.
Così prendo una decisione strategica:
spegniamo l’elettronica.
La gattaiola viene temporaneamente degradata a oggetto meccanico.
Bloccata solo in uscita.
Silenziosa.
Non è una sconfitta. È una trattativa.
La scoperta della “tettoia della fiducia”
Ed è qui che mi rendo conto di una cosa che avevo completamente sottovalutato.
La vecchia gattaiola aveva una mascherina esterna. Una specie di tettoia.
Un dettaglio apparentemente inutile, ma che per i gatti significava: ingresso protetto, zona conosciuta, nessuna sorpresa.
La rimettiamo.
E improvvisamente qualcosa cambia.
Frodo è il primo a dire: “Ah. Ok. Questa la riconosco”.
Entra.
Poi entra Jodie.
Poi entra Pepe.
Non escono ancora, ma entrano. E in questa casa, ogni progresso va celebrato.
Jack no.
Jack continua a essere Jack.
Jack e lo sportellino: una questione filosofica
Jack ha una posizione molto chiara sullo sportellino chiuso: non gli piace.
Non lo attraversa.
Non lo considera.
Non lo accetta come opzione.
Jack passa nel tunnel solo se lo sportellino è tenuto aperto con del nastro adesivo.
Una soluzione che esteticamente fa piangere, ma funzionalmente è impeccabile.
Se lo sportellino è anche solo accostato, Jack si ferma, guarda dentro, e decide che no: non oggi.
Jack non è spaventato.
Jack è offeso. E quando Jack è offeso, non si discute.
Fase due: riaccendiamo tutto, ma senza dirlo troppo in giro
Arriviamo così alla fase due del piano:
l’elettronica viene riattivata, ma senza cambiare nulla dall’esterno.
Ora i gatti, passando, sentono il rumore del meccanismo.
Clack.
Click.
Sblocco.
Devono solo abituarsi.
Io intanto osservo, prendo appunti mentali e cerco di non interferire.
Nel frattempo, l’app inizia a miagolare.
Ogni entrata.
Ogni uscita.
Notifiche continue, come se stessi gestendo un centro di controllo aeroportuale per gatti.
Bollettino ufficiale della situazione attuale
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Pepe entra ed esce senza problemi. Zero sorpresa. Pepe è pratico.
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Frodo entra serenamente, ma non ha ancora capito come si esce. Sta elaborando.
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Jodie entra, ma in uscita è ancora in fase di studio.
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Jack ha fatto il miracolo: una volta è uscito attivando lo sblocco in uscita. Una sola volta. Ma è successo.
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Pepita ignora tutto e vive la sua vita felice, al sicuro, come da programma.
E ora?
Tra qualche settimana monteremo la mascherina esterna definitiva della nuova gattaiola e manderemo in pensione quella vecchia.
Vedremo chi accetterà il cambiamento e chi deciderà che no, questa cosa non è accettabile.
Io, nel frattempo, ho imparato una cosa che ogni gattara dovrebbe ricordare:
la tecnologia può aiutare, ma sono sempre i gatti a decidere i tempi.
E questa, ne sono certa, è solo la prima puntata.
Perché con cinque gatti, una gattaiola intelligente e un’app che mi manda notifiche, la storia non può che continuare.




















