C’era una volta un gatto che voleva decidere tutto.
Non perché fosse autoritario, né particolarmente dominante, ma perché aveva sviluppato una convinzione profonda e silenziosa: se avesse deciso lui, allora nulla di brutto sarebbe potuto accadere.
Decideva dove dormire, naturalmente, ma anche dove avrebbero dovuto camminare gli umani, quali porte dovessero restare aperte, quali oggetti non andassero mai spostati, e persino a che ora il sole avrebbe dovuto entrare dalla finestra, anche se su quest’ultimo punto ammetteva, con fastidio, di avere poco controllo.
Ogni cambiamento lo irritava.
Una sedia spostata di pochi centimetri diventava un affronto personale, una ciotola messa nel posto “sbagliato” un segnale inquietante, un rumore imprevisto la prova definitiva che il mondo stava sfuggendo di mano, o meglio, di zampa.
Così il gatto passava le giornate vigilando, intervenendo, correggendo, sistemando, come se l’intero equilibrio della casa dipendesse esclusivamente dalla sua attenzione costante.
Eppure, più cercava di tenere tutto sotto controllo, più si stancava.
Dormiva meno profondamente, si svegliava spesso, apriva un occhio anche nel sonno, come se temesse che, in sua assenza, qualcosa potesse andare storto in modo irreparabile.
Guardava gli altri gatti con un misto di incomprensione e lieve disprezzo, perché loro dormivano, si rilassavano, sembravano fidarsi di un ordine invisibile che lui, evidentemente, non riusciva a vedere.
Una notte, esausto, si sdraiò vicino a una finestra socchiusa, deciso a restare sveglio per sorvegliare il silenzio.
Ma il silenzio, come spesso accade, non chiese il suo permesso: arrivò comunque, lo avvolse, e il gatto si addormentò senza rendersene conto.
Quando si svegliò, il mondo era ancora lì.
La casa non era crollata, gli oggetti erano al loro posto, i rumori avevano seguito il loro corso misterioso, e persino il sole era entrato dalla finestra con la stessa puntualità di sempre, senza aver ricevuto alcuna istruzione.
Fu in quel momento che il gatto capì una cosa che lo lasciò profondamente perplesso, e poi stranamente sollevato.
Che il mondo non aveva bisogno di essere controllato per funzionare.
Che vigilare sempre non è una forma di forza, ma di stanchezza, e che lasciare andare, ogni tanto, non significa perdere il controllo, ma concedersi il lusso di riposare davvero.
Da quel giorno il gatto continuò a decidere alcune cose, perché era pur sempre un gatto, ma smise di decidere tutto, e scoprì che il mondo, paradossalmente, sembrava ancora più affidabile.
Morale felina
Non tutto va controllato.
Alcune cose funzionano anche quando chiudi gli occhi.
E i gatti, quando smettono di vigilare, dormono meglio.















