Quando arriva un nuovo gatto in casa, noi umani tendiamo a immaginare scene delicate, presentazioni graduali, sguardi prudenti che piano piano diventano curiosità, e poi – magari – una convivenza pacifica fatta di sonnellini condivisi e reciproca tolleranza.
I gatti, invece, affrontano la questione in modo molto più pragmatico e brutale:
prima identificano l’oggetto, poi decidono se sopravvivere.
Pepita era arrivata da pochi giorni.
Exotic shorthair, due anni, poco più di due chili e mezzo, una quantità spropositata di pelo e due occhi enormi, tondi e profondi, di quelli che ti guardano come se stessero analizzando la tua anima e il tuo passato.
Per buon senso – e per rispetto delle regole basilari della diplomazia felina – avevamo deciso di tenerla inizialmente separata dagli altri. Camera da letto, ambiente tranquillo, odori nuovi ma controllati, ritmi lenti.
Pepita aveva accettato la sistemazione con grande serenità, appropriandosi del letto matrimoniale con la naturalezza di chi è convinta che quell’oggetto sia sempre stato lì esclusivamente per lei.
Il quarto giorno, però, il destino decide che è arrivato il momento della prima vera prova.
Il rientro di Frodo
Frodo, come ogni singolo giorno della sua vita adulta, rientra la sera.
Dalle sei del mattino sparisce per circa dodici ore, impegnato in attività segrete che nessuno conosce davvero, ma che – a giudicare da come torna – devono prevedere lunghissime sessioni di riposo alternato a vagabondaggi filosofici.
Quando rientra, il rituale è sempre lo stesso:
stiracchiamenti interminabili, sbadigli profondi, occhi semichiusi e quell’aria di chi è sopravvissuto a qualcosa di molto impegnativo, anche se probabilmente ha solo dormito da qualche parte al caldo.
Poi sale sul letto.
Sempre.
Con la sicurezza assoluta di chi è convinto che il mondo non cambi mai in sua assenza.
Quella sera, però, il mondo era cambiato.
Il momento esatto in cui la realtà si incrina
Frodo salta sul letto come al solito, senza guardare troppo, dando per scontato che lo scenario sia identico a quello lasciato dodici ore prima.
E invece trova qualcosa.
Pepita è lì.
Seduta.
Tranquilla.
Con gli occhi spalancati.
Per una frazione di secondo si guardano.
Un tempo brevissimo, ma sufficiente perché entrambi capiscano che qualcosa non torna.
Pepita, colta di sorpresa, reagisce d’istinto e fa una gobba.
Non una gobba elegante, simmetrica, studiata.
Una gobba storta, improvvisata, emotiva, leggermente sbilenca, come se il suo corpo stesse cercando di decidere cosa fare mentre era già troppo tardi.
In quel preciso istante, il cervello di Frodo va in crash.
Occhi troppo grandi.
Faccia troppo schiacciata.
Sagoma non immediatamente riconoscibile.
Per Frodo, quello non è un gatto.
È qualcos’altro.
Qualcosa di notturno.
Qualcosa che osserva.
Qualcosa che forse vola.
Un rapace ignoto.
Una civetta mutante.
Belzebù in versione domestica.
Frodo si paralizza. Letteralmente.
Resta immobile, rigido, con le pupille dilatate come se avesse appena visto l’Apocalisse materializzarsi sul letto matrimoniale.
Poi, senza emettere alcun suono, senza soffi, senza teatralità, scappa.
Scappa via dal letto con una velocità e una convinzione che non gli avevamo mai visto, come se l’unica opzione possibile fosse mettersi immediatamente in salvo.
Pepita, sola sul letto
Pepita resta lì.
Gobba a metà.
Sguardo perplesso.
Probabilmente sta pensando qualcosa del tipo:
“Ma… non dovevamo presentarci?”
La teoria del rapace
Nei giorni successivi elaboriamo una teoria condivisa.
Pepita è una exotic shorthair.
Ha occhi enormi, molto frontali, rotondi, profondi.
Un’espressione intensa, fissa, che per un gatto abituato a facce feline più “standard” può risultare… inquietante.
Al primo incontro, senza il tempo di annusare, di decodificare, di fare i normali controlli di sicurezza, Frodo non ha avuto modo di capire che quella fosse una gatta.
Ha solo visto qualcosa di sconosciuto che lo fissava dal suo letto.
E ha reagito di conseguenza.
Oggi: tregua armata
Oggi le cose si stanno lentamente appianando.
Frodo osserva da lontano, con cautela e sospetto.
Pepita osserva da vicino, con curiosità e una certa aria innocente.
Niente più gobbe improvvise.
Niente più fughe isteriche.
Probabilmente Frodo ha finalmente capito il grande malinteso:
non era un rapace, era solo Pepita.
E Pepita, dal canto suo, ha imparato una lezione fondamentale:
in questa casa, a volte, basta guardare qualcuno nel modo sbagliato per traumatizzarlo a vita.
Convivenza felina, fase uno: superata.
Con qualche scossone emotivo.
E una storia che difficilmente dimenticheremo.




















