Quella sera la casa era silenziosa.
Troppo silenziosa.
E proprio quando stavo per addormentarmi, ho sentito il primo miagolio.
Non forte.
Non lamentoso.
Un suono breve, spezzato.
Quasi… un richiamo.
Mi sono alzata piano, e l’ho visto: Jack, fermo davanti alla porta del corridoio, con gli occhi spalancati nel buio. La coda tesa, le orecchie dritte. Immobile come una statua.
Ho sussurrato il suo nome:
“Jack… tutto bene?”
Lui ha miagolato di nuovo.
Un suono diverso, più profondo.
Poi ha fatto una cosa stranissima: si è girato verso di me, ha fatto due passi indietro… e ha guardato la porta come se volesse che la seguissi.
Sembrava dire:
“Vieni. Non lasciarmi solo.”
Il corridoio era gelido.
Jack avanzava lento, senza mai distogliere lo sguardo da me, miagolando a intervalli regolari.
Sembrava contare il tempo.
O forse contare il coraggio.
Quando siamo arrivati davanti alla porta della vecchia camera degli ospiti, si è fermato.
Ha appoggiato la zampa sul legno.
E ha smesso di miagolare.
Silenzio.
Assoluto.
Lì ho capito.
Non stava chiamando qualcuno.
Stava controllando qualcosa.
La stanza era vuota, ma sul pavimento, vicino al termosifone, c’era una piccola copertina piegata: quella dove si era accoccolato quando l’ho trovato la prima volta, mesi fa.
Solo, infreddolito, spaventato.
Jack si è avvicinato, ci si è seduto sopra… e ha fatto le fusa.
Lunghe. Calde. Sicure.
I “miagolii misteriosi” non erano paura.
Erano memoria.
Era il modo con cui ricordava da dove era partito… e quanto lontano era arrivato.
Lui non stava chiedendo aiuto.
Stava dicendo:
“Sono a casa. Grazie.”
E quella notte, nel silenzio, ho capito una cosa semplice:
A volte i gatti non miagolano per farsi sentire.
Miagolano per non dimenticare.


















